La versione di Vittorio

Faccio naturale da quando ho iniziato, nel 1982. Ma la pensavo così anche prima: che il vino dovesse essere genuino, prima ancora che naturale.

Che ne so io di cosa sapesse il trebbiano murato, mica l’ho mai bevuto: trent’anni fa mi raccontavano che così si faceva e così l’ho rifatto. Che poi il mio assomigli al loro non lo so, di scritto non c’è niente, ci vorrebbe una seduta spiritica…

«Sono curioso di assaggiare il suo lambrusco, credo di non averne mai assaggiati di buoni, vediamo com’è il suo.»

Risposta: «Visto che sono le 11.00 direi di cominciare da questo che è un rosato di lambrusco che chiamo: “lo smilzo”. E’ giusto per l’orario e da accompagnare alla merenda tipo un bel panino con la mortadella.»

Fare il vinello a macchina è facile. Ma è un vino confetto, un’aberrazione. Hanno una disinvoltura a raccontare ‘ste balle colossali, tipo che l’autoclave esalta… cosa state a coltivare allora? Comprate un’autocisterna di sfuso che fate prima.

I tecnici sono brave persone ma anche pericolose: fanno le cose uguali da un anno all’altro. Ne ho tra i miei amici. E a loro dico: voi, da me, venite solo a bere. Dal canto loro pensano che io sia un matto e morto il matto si smetterà di fare questo vino.

Ho una curiosità maniacale per riscoprire vecchie varietà di vitigni, ma della maggior parte non so il nome. Una volta ho chiesto a un professore quanto costava fare l’esame del DNA. 6000 euro, mi ha detto. Avevo 10 tralci. Con quella cifra ci facevo una festa per tutto il paese! A me interessava brevettarla per il territorio. Mica per me. È una tragedia, un crimine, aver perso tutte quelle varietà. L’industria ha spinto i contadini a stufarsi del loro mestiere.

Io faccio il vino a modo mio. Le cose come si deve.

….anche questo è un patrimonio perché c’è l’annata, c’è la terra. Bisogna fare un po’ una rivoluzione copernicana nella valutazione di queste cose, o quanto meno distinguere fra le esigenze industriali, quindi di standard costanti, e invece il prodotto artigianale della campagna che appunto che fa della terra e della differenza tra un annata e l’altra il patrimonio, la propria ricchezza. D’altronde in altri zone è riconosciuta l’annata, come valore, il fatto che nel lambrusco questo non sia riconosciuto per me è un limite culturale. La natura ha un senso anche qua, non è che l’ha solo in Piemonte, tutto questo è un patrimonio a mio modo di vedere……….i lieviti erano i propri, comunque l’uva ne dispone di migliaia di ceppi, non è che ce ne sia solo uno; oggi io sono anche un po’ ostico verso questi prodotti esterni, lieviti selezionati in Uruguay, ma non interessano oggettivamente perché io coltivo la mia vigna a Castelvetro e non capisco perché debbo aggiungere un lievito che viene da un’altra terra, faccio per dire l’Uruguay per fare un esempio, potrei dire Australia, Francia. Io vorrei che voi trovaste nel bicchiere la mia terra, la terra dove è nata la vite, dove è venuta sù l’uva, dove è venuta sù la pianta, dove ho raccolto l’uva, ecco perché sono refrattario a una iper manipolazione dei vini, perché più manipoliamo e più ci allontaniamo dalla terra e anche diceva il buon Veronelli che anche qualche difetto appartiene al patrimonio del vino, altrimenti un vino troppo perfetto è fatto dal tecnico e non dalla terra, quindi… può darsi che vada bene anche quello lì, però io opterei per un vino che sappia della terra.

Photo: Francesco Zoppi

Il Lambrusco deve avere come minimo 2 o 3 anni, fino a 6, quando raggiunge il massimo della bevibilità. Ma può durare anche decenni. Vuol dire che a quei tempi non era un vino stupido. Mentre adesso a gennaio è già pronto e fra un po’ sarà sugli scaffali prima della vendemmia.